Francesco & Matteo

 
 
 

Era il 29 marzo del 2007. Francesco e io stavamo per farlo: mano nella mano, stavamo entrando, agitatissimi e innamorati, nell’ufficio matrimoni del Comune di Firenze. Palazzo Vecchio aveva un’aria nuova, quella mattina: un’aria tutta nostra, fatta di fiducia dell’uno per l’altro, fatta di promesse importanti, fatta della sicurezza di amarci e del volere l’uno stare a fianco dell’altro.


Era partito tutto da una mia idea, una sera, per caso: eravamo in auto, la mia mano che accarezzava la sua e la accompagnava a ogni cambio di marcia. Era il periodo dei Di.Co., quella legge che era più un compromesso che altro, e di quelli brutti. Io ero inferv
orato da quel tanto parlare sui “diritti e doveri” dei conviventi, su quella sorta di PA.C.S. all’italiana sancito da una raccomandata spedita a un impiegato comunale e che non dava alcuna garanzia a due persone che intendevano costituire una famiglia. Non lo sopportavo, era più forte di me. Sentivo di dover fare qualcosa.


“Ma perché non andiamo in Comune e chiediamo le pubblicazioni di matrimonio?“. Così, a bruciapelo. Non era certo stata la dichiarazione più romantica che lui si potesse aspettare, ma vi assicuro che a sconvolgere la serata a Francesco c’ero riuscito eccome. Ci stava pensando, seriamente, e voleva del tempo per riflettere con convinzione su quell’azzardata proposta.


Fu lui a chiamare il nostro avvocato, Francesco Bilotta, e a pronunciare quel: “E se andassimo in Conune a chiedere le pubblicazioni per poi impugnare il rifiuto? Ci aiuteresti?”. Ricordo che anche l’avvocato Bilotta ci pensò su. Passò un giorno, forse due, e il telefono squillò: “Se lo fate io sono con voi, vi supporterò con tutto me stesso, e ripeteremo la cosa in altre città d’Italia”.


Era partita così, quando ancora Certi Diritti sulla carta di fatto non esisteva (esisteva l’iniziativa Matrimonio Diritto Gay, portata avanti, tra gli altri, dal nostro Sergio Rovasio) e Rete Lenford – ancora non si chiamava così – cominciava a pensare che fosse necessario istituire una rete di avvocatura per i diritti LGBT. Era accaduto così, come tutte le scelte importanti che Francesco e io fino a quel momento avevamo fatto.


Ci eravamo fatti coraggio, consapevoli del diniego alle pubblicazioni rilasciatoci dal Comune e del fatto che il giorno dopo, forse, mezza Italia avrebbe parlato di noi come la prima coppia dello stesso sesso seriamente intenzionata a sposarsi civilmente in Italia.


Il giorno dopo le nostre facce erano in prima pagina su Quotidiano nazionale (Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione), con due paginoni che spiegavano la nostra storia e i nostri intenti. Ricordo che eravamo in Autogrill diretti verso Arezzo e che per caso notammo una nostra foto gigantesca capeggiare su uni dei quotidiani nel portagiornali accanto alle casse. Abbiamo sorriso ed entrambi ci siamo chiesti: “com
e la prenderanno i nostri genitori e i nostri parenti e conoscenti?”. Due minuti dopo, mentre in auto leggevo a voce alta gli articoli che parlavano di noi e della nostra iniziativa e lui guidava col sorriso stampato in fronte, già non ci pensavamo più. Perché sapevamo entrambi che il nostro progetto sarebbe andato oltre qualunque ostacolo, oltre qualunque altro diniego, oltre qualunque disapprovazione.


Eravamo consapevoli di amarci, come lo siamo ora, che accanto a noi abbiamo due famiglie che ci sostengono e decine di uomini e donne che, proprio grazie a Certi Diritti  e a Rete Lenford, hanno fatto lo stesso: si sono promesse amore, fedeltà e soprattutto giustizia e riconoscimento per il proprio futuro come famiglie.


Matteo Pegoraro e Francesco Piomboni

 

Siamo Francesco Piomboni e Matteo Pegoraro: nel marzo 2007 abbiamo richiesto le pubblicazioni di matrimonio al Comune di Firenze e, una volta ottenuto il diniego da parte dell’ufficiale di Stato Civile, ci siamo opposti in giudizio, incamerando un’azione legale affinché i giudici riconoscessero il nostro diritto fondamentale a unirci in matrimonio.

Dopo di noi, molte altre coppie hanno fatto lo stesso e cinque di loro sono state rimandate alla Corte Costituzionale

Cominciò così